CREPITATIO

Questo qui presente è uno dei tanti me, forse quello che più ha fatto finta di nulla in questi primi giorni di grossi cambiamenti. Il trasferimento ad Amsterdam mi ha dato parecchi problemi ed ogni pressione subita si è andata a scaricare su questo mio lato che ha sopportato finchè ha dovuto. Ora che sembra passata la prima alta marea, le onde in ritirata hanno lasciato sulla riva i suoi resti malmessi. Se riuscisse a dire qualcosa, ora,  direbbe più o meno queste parole.

CREPITATIO

Mi sto accartocciando. Mi sto avvolgendo su me stesso in una spirale sempre più stretta che mi soffoca i pensieri, rende ciechi i miei occhi e conduce alle mie orecchie il solo sordo rimbombare del lento torcersi della mia vita. Echeggia nella mia spirale e si perde cercando di raggiungere il centro buio in cui risiede la mia mente. Ogni giro è aria che viene tolta ai miei polmoni, una pennellata di grigio più scuro che tinge la mia pelle.

Mi sto accartocciando. Mi sto accartocciando come fanno i fogli scritti a cui si dà fuoco. Non so da chi o da cosa sia nata la scintilla primordiale che lenta mi divora i contorni, gli estremi di quanto riesco a ricordare, ma nel suo incedere inarrestabile lambisce sempre più stretti i miei margini, lasciando il terreno nero dell’ustione che mi spiralizza morente.

Mi sto accartocciando. Mi sto accartocciando come un foglia secca schiaffeggiata dall’inverno che entra, dal freddo e dal vento che mi scorrono sul dorso, dall’assenza di linfa che dall’albero da cui sono caduto non mi arriva più.  E’ sempre stato inverno nella mia vita, eppure la temperatura sembra non smettere di scendere mai. Ogni volta che penso di essere arrivato allo zero assoluto, all’immobilità totale e all’assenza di cinesia, ancora un grado scendo e arriva un’immobilità maggiore, una paralisi più serrata.

Ne rido al pensare a questo esser congelato mentre mi avvolgo su me stesso, a queste metafore conflittuali ed opposte, ma sebbene questi eventi sembrino così antitetici ed esclusivi a vicenda, essi sono in realtà due ingranaggi di uno stesso meccanismo. Come a guardare un orologio nel dettaglio si trovano rondelle che ruotano impazzite senza fermarsi, e così accanto a queste ve ne sono di più grandi che si muovono con più timore e dolcezza, e ancora da queste ancora più grandi che impiegano l’eternità intera per far scorrere la lancetta dei secondi, così, se da questo meccanismo si passasse a me, sarebbe più facile capire come i miei ingranaggi si muovono ciascuno col proprio ordine e disordine, ma senza mai deragliare dal destino che li accomuna, dalla cassa dentro la quale giacciono, dalle lancette mie che muovono. E più crescono, questi ingranaggi, e più si muovono lenti, che anche ad osservarli risulterebbero impercettibili ed immutabili. Se questa regola controlla il mio ordine, se ad ogni ingranaggio più grande ci si muova con più lentezza, allora, quando si arriva di fronte all’immensità di una vita, persino della mia che così poco valore sembra possedere tanto è commiserata e compianta, allora questi ingranaggi non avranno sufficiente tempo per muoversi durante un’intera vita terrena, e così io, che intanto mi accartoccio su me stesso, non riesco a godere dei movimenti a cui questo spiralizzarmi mi conduce, perché la mia vita è troppo breve per potermi osservare mentre si muove.  Ma dentro, oltre l’esterno del mio immutare, soffoco e brucio e mi attorciglio intorno a me stesso, e sprofondo verso un freddo più cupo e mi inabisso senza mai toccarne il fondo. La mia esistenza è sempre stata così, o così me ne sono sempre convinto io che fosse. C’è chi vive e c’è chi pensa, io non riesco a fare bene nessuna delle due e me ne rimango a metà, a guardare i due orizzonti che confinano le mie possibilità. Mi piace semplificare dividendo il mondo in modo binomiale, abbassando ogni cosa ad una spartizione equa e facilmente comprensibile di due metà continue e complementari, due classi speculari ed opposte. So bene che questa è una riduzione talmente ingenua e semplice da non trovare efficacia nemmeno nel concetto della separazione del giorno dalla notte, visto quante sfumature di luce esistono durante la morte di ogni alba e la nascita di ogni tramonto; ma dell’efficacia, quando si pensa, non se ne fa nulla, mentre dell’ingenuità c’è n’è un bisogno infinito per potersi non fermare mai al punto in cui si è arrivati l’ultima volta. Così divisi una volta fra tante, parlando con chi mi ama, l’intera popolazione umana in due tipi di individui: “Se qualcuno ci indicasse col dito la luna, potremmo dividere le persone che guardano in due semplici gruppi: ci sarà chi guarda il dito e ci sarà chi guarda la luna”. Mi domandò allora quella persona:” E tu che cosa guardi?”, “Io? Io guardo nel mezzo, fra il dito e la luna”. E’ così che io sto, nel mezzo, e non appartengo né a chi vive né a chi pensa, ma in entrambi i gruppi mi sentirei di non essere me stesso. La diversità ci attira, ci attira in modo inevitabile non appena smettiamo di guardarci le scarpe e alziamo gli occhi per scrutarci intorno. Ci attira e vorremmo far parte di questa diversità e dell’unicità che ne deriva. Questo mio, però, non è un atto di affermazione dell’unicità sacra che mi costituisce: è solo un pianto, continuo e rotto solo dai singhiozzi di chi non capisce perché non si trova, e tanto si sente estraneo che non riesce nemmeno a riconoscere se stesso nella pozza di lacrime su cui (si) riflette.

F.S.

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Flutti

Me la trovai all’improvviso davanti mentre camminavo sulla spiaggia, troppo tardi per evitarla. Tolte le scarpe come facevo da bambino, le avevo abbandonate coi calzini al riparo dietro l’ultima pietra che delimitava la fine della strada e lasciava spazio alla distesa di granelli plumbei che seguivano le carezze del vento. Non ce n’era molto, solo qualche folata qua e là che sfiorava la sabbia cercando di non farla sentire sola, ricordandole che, senza troppo attendere, avrebbe ricevuto ancora una carezza, ancora un bacio di passaggio. Così aspettava lei, così piaceva aspettare a me, mentre camminavo seguendo la leggera pendenza del terreno che mi spingeva giù, sempre più giù. L’oscurità della notte lasciava spazio al sipario aperto dalle nubi, tra le quali una luna mozzata sorrideva fissa e guardava quella scena scolorita, vissuta nella penombra intima dell’estate. Era caldo, e quei piccoli tocchi del vento dissetavano il calore che avevo sul volto, inebriavano i miei sensi e mi facevano tornare a quando toglievo le scarpe e correvo, bambino, a tuffarmi fra le onde. Seguivo quell’attrazione propria di chi nasce nell’acqua e vi cresce dentro; mi fermavo, quando il giorno moriva, a vederne il funerale colorato mentre il tempo sotterrava quella palla arrossita dietro la linea dell’orizzonte, e le onde si mormoravano fra loro come le vecchie davanti la bara, tutte vestite uguali, a ricordare gli anni passati col defunto, le storie vissute, le avventure trovate e perse. Non vi era però quella cupa cupola di tristezza che riveste i nostri di funerali, ma anzi colori accesi che accompagnavano non solo chi se ne andava, ma anche chi rimaneva, verso il crepuscolo e da qui verso la notte cullandolo in una musica continua che scaldava il cuore, e anzi spronava l’osservatore a riempirsi i polmoni e gli occhi di quella scena, di quel sale che sembrava potesse purificare l’anima. Rimanevo a volte anche di sera, avvolto dalle stelle quando queste non si nascondevano sotto le coperte di nuvole, e cercavo tra loro di riconoscere vecchie immagini che mi indicava mio padre, o andavo a volte inventandone altre, cercando di memorizzarle per raccontarle un giorno a mio figlio. Un sorriso più grigio mi si sfumò sul volto continuando a ricordare quei momenti lontani. Pensavo a quei lunghi infiniti funerali, a quanti nella mia vita ne avevo visti e, mentre affondavo ad ogni passo il piede nella sabbia, cercando di andare più in profondità di quanto una normale marcia consentirebbe, non mi accorsi di chi mi era davanti, e vi incappai cadendole addosso. Mi rialzai coi capelli gocciolanti, e lo scialle che ormai l’età mi aveva addobbato sulle spalle e che mi accompagnava in ogni ora della mia vita si bagnò anch’esso, e mentre mi rialzavo togliendo la sabbia dal viso, sentivo quelle fresche gocce scendermi sul petto e fermarsi a inumidirmi il cuore.

-Mi scusi.. non l’avevo vista.. ero assorto nei pensieri e, sa, alla mia età ogni reazione è rallentata..-

Eterea, mi stava davanti, con gli occhi aurei il cui colore non ero capace di distinguere in quella scena bicromica. Senza muovere le labbra emise un lieve sussurro che cominciò a mischiarsi con quello del vento. Sembrava che il suo stesso corpo vibrasse di quel suono, e le vesti bianche come la spuma dondolavano seguendone la stessa ritmicità, in armonia con l’intera scena che le faceva da contorno.

Mentre il suono cresceva ancora, allungò una mano per prendere la mia, e nel farlo sentii la freschezza del suo palmo che filtrava attraverso le crepe del mio. Fece un passo, e le vesti alzarono un piccolo soffio di sabbia che, accarezzata, andò a posarsi un poco più in là. Fissavo quel piccolo volo e solo quando rialzai lo sguardo per perdermi ancora in lei, sentii le sue labbra posarsi sulle mie, a cicatrizzare le ferite che ogni giorno puntualmente vi si aprivano sopra, a chiudere quelle che vi stavano sotto, formatesi per l’aver baciato per così tanti anni un mondo arido lontano dal mare. Sessant’anni ero stato lontano da quei suoni, da quella luna mozzata appesa lassù, da quelle briciole che si insinuavano fra le mie dita mentre scalzo camminavo sul mio passato. Una vita ero stato ad assetarmi per seguire una strada in cui l’unico obiettivo era camminare, senza più prestare attenzione al percorso che si stava facendo, se cemento o erba o terra o sabbia scorrevano sotto i miei piedi. Avevo dimenticato, fino ad allora, quella culla che mi aveva dato la vita e quella vita che era stata la mia culla. Per sessant’anni avevo dormito in un altro letto lontano, sveglio in una realtà che non mi apparteneva, che mai mi era appartenuta e mai sarebbe stata mia, e a cui non sarei mai appartenuto io. Ero rimasto assopito così a lungo, fino a quella stessa sera, quando, tornando a casa dal bar dove ormai aspettavo la fine, uno scroscio mi sorprese senza ombrello, finalmente, dopo tanti anni mi sorprese impreparato e mi cadde addosso bagnandomi le labbra. Solo allora mi accorsi del sapore dolce di quelle gocce, e quel gusto amaro che ne scaturì, quel gusto non mio, mi svegliò dal letargo tanto a lungo durato. Presi la macchina, il resto lo fece il tempo per arrivare sin qui. Avevo ripercorso in quella breve camminata sulla spiaggia gli estremi della mia vita perchè, di ciò che vi era in mezzo, nulla valeva essere ripercorso e solo l’acromia di quei sessant’anni rimaneva accovacciata in un angolo buio della memoria. Avevo ripercorso i miei estremi e, alla fine di questi, il mare mi aveva di nuovo preso per mano, curandomi le ferite che mi ero aperto nel cuore, e mi accompagnava di nuovo dentro di se, dove ero nato, dove ero morto.

Mentre l’acqua salata si arrampicava, ebbi l’ultimo istante per guardare l’infinita distesa di mare in cui mi immergevo, e godere ancora del rosso del sole che macchiava le acque e mi accompagnava sorridendomi con le onde e le stelle al mio funerale.

Sentii l’acqua bagnare i denti lasciati nudi dal sorriso, e poi onde, solo onde.

F.S.

I(n)spirazioni ed espi(r)azioni

Sono mesi che non scrivo più nulla; oggi, dopo quasi 12-13 settimane, mi sono messo davanti al computer ed ho cominciato a digitare qualcosa. Senza giri di parole è stato un disastro. Non che fossi ispirato o cosa, ma a paragonarmi con ciò che sentivo di poter fare in passato, con quel fiume pieno e ripieno di parole che si portavano attaccate ognuna milioni di sensazioni, adesso mi sembra di vivere in una secca estiva che mi lascia assetato, asciutto. A dirla tutta non è tanto una secca quella che sento. E’ come se gli argini di quel mio fiume si fossero rotti e l’acqua fuoriuscita mischiandosi alla terra di cui il mio corpo è composto, a formare una melma da cui mi è impossibile distillare l’acqua stessa che l’ha formata. Ogni mia zolla è intrisa d’acqua, bagnata e umida, e sebbene la quantità che il terreno contiene è la stessa che prima dormiva lungo il letto della mia anima e smussava gli argini della mia mente,  mi è adesso impossibile attingervi per berla come facevo un tempo, quando lasciavo scorrere a ritroso lungo la gola quelle emozioni con forma di parole, in un dissetarsi che era vomitare su carta i miei pensieri. Adesso è come se provassi a succhiare via dal fango quelle gocce d’acqua, ma quello che ne ricavo è solo il sapore del terriccio umido che mi arriva alle labbra e mi nausea i sensi, e mi porta a sputare i granelli che mi grattano in gola. Guardo il letto vuoto, e dove prima vi era quell’alluminico scorrere fluente, adesso vi sono crepe di un contenitore tenuto tropo lontano dalle dolci carezze dell’umido contenuto che lo manteneva fresco. Lo vedo, lasciato e lasciarsi all’arido trascorrere dei giorni, e, nel farlo, volto gli occhi altrove cercando di ignorarlo, come se il non scorgerlo possa cancellarmi quelle crepe ramificate dalla mente. Mentre scrivo, mentre provo a scrivere come sto facendo ora, qualche goccia cade su quegli aridi solchi e, subito assorbita, mi fa germogliare un barlume di soluzione che spero potrà avverarsi: dovrò lasciare che questo fango che ora mi compone si asciughi da ciò che non gli appartiene, per ritornare ad essere quel mosaico di zolle che è sempre stato. Solo allora potrò volgere lo sguardo verso le nubi lontane che circondano i bordi della mia anima  e aspetterò che queste, avvicinandosi seguendo l’imprevedibilità dei venti, possano portare un nuovo scroscio di sensazioni che inondi il mio letto vuoto, accarezzi i miei argini secchi e possa ricominciare a scorrermi dentro e dissetarmi. E’ un germoglio, ma dura solo un attimo, e la poca acqua che lo ha fatto nascere non basta a farlo vivere. Scrivo questo, e mentre lo faccio le mie dita macchiano di fango i tasti su cui batto; una lacrima scende ma non mi bagna: cade, e viene risucchiata in una delle crepe aride che ho aperte dentro me.

Di solito a scrivere era sempre F.S., ora non so più chi sia a muovere la mano e chi invece se ne sta in un angolo facendo finta di dormire.

Nel dubbio non firmo.

Come barca e come mare

Sei vento che mi porta a navigare
per mari sconosciuti,
oltre le ripe amiche dell’esser d’ogni giorno.

Arrivo agli estuari di ciascun fiume che mi scorre ( scava è meglio?)
e che uguale nasce e muore
nel grande oceano c’ho dentro me
a sobbalzar ed acquietarsi per sole e nube.

Navigo così a stenti remi e tante vele,
seguendo il soffio tuo che preme,
e scontro contro onde che m’infuriano,
figlie della tempesta che m’appartiene.

Tutto sfuma lungo i tratti d’un sorriso,
che ad un tratto sul mio viso si compone,
a sapere che sei lì,
a spinger vele e gonfiar mare,
unica a poter esser sia brezza che mi sprona,
sia freno che m’opprime e che m’affoga.
F.S.

Sotto gentile concessione di G.B., proprietaria di questa poesia, e destinataria del mio amore controverso ed immaturo in un periodo tanto tormentato della mia vita. La ringrazio ancora per avermi concesso alcuni anni bellissimi della mia esistenza, per avermi medicato i graffi che mi lasciavano sul corpo le spine della crescita, a causa di una pelle ancora troppo fragile per poter sostenere il tocco di qualcuno. E’ stata una brezza che mi ha trasportato soffiando instancabile su di me. Spero che abbia trovato la forza per perdonare il mio aver ammainato le vele e l’aver scelto di esplorare il mondo con remi mossi solo dalle mie braccia.

Ringrazio che mi abbia concesso di perdermi così tante volte in quel mare blu che le adornava le pupille.

E.N.

Introspezione

Non ho mai fatto nessuna citazione in tutti i frammenti che ho scritto. Citare è come rubare. Le parole a cui si dà la vita, scritte o dette che siano, nascono e muoiono con le emozioni di chi le ha messe al mondo. Citarle significa cambiarne il senso, sfumarle, dare loro colori e toni che, seppure simili a quelli che originariamente sono stati usati per dipingerle, non potranno mai raggiungere l’originale. Ho sempre pensato questo, lo penso tutt’ora, ed è il motivo per cui da quando ho iniziato a scrivere, fino a pochi mesi fa, non rileggevo mai quello che creavo, ma lo lasciavo perdersi nella memoria, facendolo rimanere l’ombra dell’emozione che lo aveva creato, per evitare di macchiarlo con una nuova lettura, con una nuova interpretazione o correzione. Ogni parola messa in fila descrive la mia anima quando questa vuole parlare, e solo quella. Descriverà quell’ F.S., quell’ E.N. che sono stato mentre scrivevo e che è svanito con la fine dell’ultima frase; quello e nessun’altro. Penso questo, ma non posso fuggire dalla dolcezza di ritrovare nei pensieri altrui un pensiero mio, di vedere scritte parole che non avrei saputo incastonare così bene fra loro all’interno di una frase per descrivere quello che vivo e corteggiare i miei sentimenti. Penso questo, e scendo a compromessi con me stesso, e cito, sfumandolo, chi è riuscito a dare voce alle mie parole mute.

“Ho sempre rifiutato di essere compreso. Essere compreso significa prostituirsi. Preferisco essere preso seriamente per quello che non sono, ignorato umanamente, con decenza e naturalezza… Voglio godere con me stessso l’ironia del fatto che non mi trovino diverso. Voglio questo cilicio: che mi credano uguale a loro..”

-Bernardo Soares, o Livro do Desassossego-
Solo di tanto in tanto, nei momenti più nitidi e chiari, quando la lucidità della notte fonda mi abbraccia e mi sfiora, sotto i raggi di quella oscurità sento il lento sbocciare di un pensiero che celo dentro di me, che mi segue come la mia stessa ombra, e di cui sempre dimentico l’esistenza ai primi fiocchi di sole. Mi fermo a fissare gli oggetti nella mia stanza, e tutte i toni di grigio che sfiorano il nero ed il bianco senza mai arrivare a toccarli. Parto dal piccolo tavolino su cui scrivo, attraverso poi le foto appese ai muri che mi circondano, il tappeto colorato, di giorno, che sembra un vecchio codice a barre sgualcito, un piccolo mappamondo che mi regalò chi riuscì ad amarmi senza trovare quella stessa fiamma che sgorgava dentro di lei.. magari un giorno parlerò anche d’amore, di amore vero, quello che non finisce bene, e che, asimmetrico com’è, riesce ad illuminare i confini dell’universo di uno dei due amamnti, lasciando nel buio più totale l’altro, quello di chi non ricambia.. continuo ad osservare, e i miei occhi fuggono dalla stanza che c’è fuori e roteano dentro di me, per arrivare fino in fondo e più a fondo di quanto faccia la mia ragione, andando ad illuminare con questa piccola torcia di lucidità, che potrebbe spegnersi da un momento all’altro, tutto quello che c’è dietro le azioni che ho fatto finora, a quelle che farò, ai miei obiettivi, ai motivi che danno moto a ciò che sono.
Se mi sforzo e provo ad immaginarmi, sento come la sensazione di essere una nave che cerca un porto a cui possa finalmente sostare; una nave che procede attraverso mari di volti e di storie, di persone che sono quasi riuscite ad affondarmi attraverso le tempeste che hanno portato ad abbattersi su di me, o attraverso calme piatte dove non c’era vento che potesse spingere le mie vele, e allora gettavo l’ancora e rimanevo lì ad aspettare, sopravvivendo della rugiada mattutina che si depositava sulle assi del mio corpo filtrando attraverso le imperfezioni del legno, masticando qualche emozione qua e là pescata senza ami gettati, ma caduta dal cielo con la stessa inspiegabilità di quello stesso mare piatto, come quando piove ed è sereno.
Navigando per quei mari, con le vele strappate, i remi spezzati e grosse falle sulla pelle che lasciavano vomitarmi dentro l’acqua acida che sgorgava da chi avevo ferito, da chi mi aveva ferito e soprattutto da chi non avevo nemmeno avuto modo di ferire perchè mai conosciuto,arrivavo di tanto in tanto a qualche piccolo porto di un’isola.
Non sempre riuscivo a gettare l’ancora; spesso preferivo restarmene lontano dalla banchina, in alto mare, scorgendo solo le linee della città al tramonto, dietro quei capannoni d’apparenza, e le luci delle case di notte, quando la temperatura scendeva e i venti mi spingevano più a largo, nella terra di nessuno, solo, e quelle luci diventavano frammenti indistinti di stelle cadute.
Quando decidevo di gettare l’ancora, di mettere una passerella di contatto fra il mio mare e quel mondo che mi si apriva davanti, al primo contatto fra il mio piede nudo e quella terra ospitale, mi ritraevo, per chissà quale motivo, di nuovo lungo la scaletta della mia nave, tornando a rinchiudermi fra le mura di assi di legno dondolati dal mare. Un nauseante conato d’indifferenza, di apatia che nasceva da quell’assenza di onde, dalla mancanza degli schizzi di sale sulla pelle che si seccano e diventano tiranti del tempo, di sole che picchia su uno specchio di nulla fluido, mentre lì intorno vedevo solo un molo silenzioso e, dietro questo, un’intera città luminosa che voleva solo essere scoperta e conosciuta. Quasi mai sono riuscito ad andare oltre, tremando per quell’assenza di onde sotto i piedi, quel cullare perpetuo che anche nei momenti di piatta non smette mai di dondolarti.
Un senso di vuoto mi assaliva quando sbarcavo, quando avrei potuto finalmente aver raggiunto la fine del mio viaggio, per lasciarmi invecchiare felice fra le braccia della città di qualcuno, scoprendo lentamente ogni sua strada, entrando in ogni sua casa e aprendo ogni stanza, assaggiando i sapori acri dei suoi vicoli abbandonati, e gli urli e gli umori caldi delle notti fra le lenzuola sotto i lampioni, dove chiunque potrebbe vedere, ma gli unici occhi che guardano restano i tuoi, fissi nei suoi, mentre si perdono nel riflesso delle luci delle strade che state percorrendo.
Ho semplicemente poggiato un piede, un minimo contatto della suola sulla quella terra pronta ad essere esplorata, e subito un rapido giro su me stesso, per togliere l’ancora con la forza dei silenzi, per far passare i conati nati appena sbarcato, facendomi risuonare in testa il rumore delle onde.
Ho alzato le vele, di nuovo e tante volte,per tornare fra i flutti fondi degli abissi, a cercare una nuova meta a cui non approderò, ad attraccare in moli che desidero alla stregua di come si può desiderare d’essere amati.. ma nel momento stesso in cui li raggiungo, mi svuoto, e mi conosco e riconosco solo e destinato a vagare per mare, ad avere come unica compagna una linea d’orizzonte lontana che deve rimanere irraggiungibile per poter rimanere, un’amante che ogni notte spero di trovare nel mio letto per succhiarle via il sudore di dosso e mischiarlo col mio, senza mai volerle davvero afferrare la carne perché, quando finalmente riesco a stringerla forte, a sentire la sua pelle rilasciarsi sotto la mia stretta, a stenderla sulle mie lenzuola di stoffa grezza strappata da una vela, proprio quando dovrei tuffarmi dentro quel vero mare che da speranza e marea diventa realtà e spiaggia , allora cado, e mi ritrovo le mani tremanti che non riescono a stringere, mi ritrovo bambino che non sa cosa farsene di un copro, perché cerca qualcosa di ancora più assoluto ed infinito, e sa che potrà inseguirlo solo continuando a navigare.

F.S.

PIANETA CHE SONO

Sono come su di un’orbita
che mi porta a toccare inverni
in cui mi trovo come quegli infermi,
resi disabili dalla guerra.

Combatto ancora con me stesso
ad ogni stagione che attraverso,
e ad ogni mese sono più perso
con l’approssimarsi del nuovo freddo.

Con questa rivoluzione sul mio asse,
per cui mi ferisco e spesso perisco,
ho la fortuna di ruotare
intorno al sole a cui ambisco.

E mi allontano mentre lotto
e neve cade sui miei occhi
e nero vedo come un morto,
coperto dal candore dei suoi fiocchi

Ma, mentre lotto, ancora strenuo,
mi riavvicino infine al sole
e tutto sciolgo e ancora tremo
mentre sento quel suo calore

E allora la lotta si fa più mite
e posso finalmente respirare,
senza neve sulle mie pupille
e con una voce con cui urlare,
con cui piango e grido,
all’universo,
tutta la gioia accumulata,
e sprigiono in me questo riflesso
di una nuova vita germogliata.

Dimentico di orbitare
e che tornerò nel gelo.
Ho solo i raggi come pane,
e la loro luce è come un remo.

Certe volte è il non sapere
o l’ingannarsi e dimenticare
che il futuro sarà ancora nero,
a lasciarci liberi di volare.

E orbito ancora.

F.S.

Gocciolii

Questa è una novità. E’ la prima volta che pubblico una poesia. Pubblicare è una parola grossa, ne sono consapevole, ma nel suo piccolo, questo gesto significa moltissimo per me. Spero che qualcuno possa apprezzarla, che riesca magari a vedere ciò che sentivo di descrivere. Spero di esserci riuscito.

Gocciolii

Come un lavandino che perde,

ogni secondo che passa

goccia dentro di me

e cresce

il tonfo sordo del suo passaggio,

nella stanza vuota della mia mente.

Non riesco ad addormentarmi.

Sono anni che cerco di dormire,

mentre continue queste gocce

mi mantengono lucido

delle lancette che scorrono,

ed anche il permesso di sognare

mi è negato dal ticchettio indelebile del trascorrere.

Mi alzo a volte quando,

dimenticandolo,

penso di poter chiudere finalmente la mia perdita

e stringo con forza le maniglie

per cercare di arrestare questo fluire.

Quando la forza nelle mani

si è ormai arresa, torno vinto

nel letto in cui vivo,

e ricomincio ad ascoltare i gocciolii

che scandiscono la mia vita.

Vorrei poter sognare,

vorrei poter dormire per svegliarmi

da questo suono che m’acceca

e che m’attrae,

come una falena di fronte ad un lampione,

la prigione in cui è intrappolata,

che le permette di vedere,

illuminata,

la realtà che la circonda.

Queste gocce che riempiono la mia mente,

mi danno il dono di sentire la realtà che scandiscono,

ma nell’attrazione che a loro mi avvinghia,

non riesco a vedere che fuori è sorto il sole

e resto a fissare una piccola lanterna

quando intorno, del giorno,

è piena luce.

Rimango ad annegare in queste gocce,

senza poter raggiungere il mare di annegati

che continuano a galleggiare, senza accorgersene,

intorno a me.

F.S.