Lettera..

Lettera allo specchio di un innamorato,

dove è riflesso

ciò che non riesce più a trovare

e, in lontananza,

ciò che ha perso.

Ci sono stati dei silenzi oggi, dei cigolii nei meccanismi, come se l’ultima mano d’olio che abbiamo passato non sia stata sufficiente. Non cos’è..  sembra il fischio immobile che fa da sottofondo al silenzio, o quella lieve foschia che non sai dove inizia o finisce quando guardi ogni orizzonte. Complessità è sinonimo di difficoltà; penso sia un’assioma incontrovertibile, che in noi è totalmente confermato e anzi amplificato. Oltre questo però, complessità in noi è sinonimo anche di fragilità. Mi ritrovo a perdermi spesso, nel buio delle mille strade possibili attraverso le quali vorrei interpretare i tuoi gesti, le tue parole ed i tuoi sguardi. Ti osservo e incido, sul nudo della mia mente, con lo scalpello della paura di non capire, quello che mi dici o che mi mostri, ogni singolo gesto, e provo ad analizzarlo e tradurlo nella mia lingua, quasi a cercare un incastro perfetto che spieghi i tuoi tasselli. Da dove vengono queste paure? Da dove vengono questi silenzi?

Ho paura. Non so come, ho paura.

Forse so il perchè, ma ho paura.

Ti guardo e non ti capisco, e vedendo una persona uguale a me, colma di insicurezze e di quella bontà che ci porta a qualunque costo ad evitare di far soffrire l’altro, immagino, anzi, solo temo il peggio. Temere è giusto un passo prima di immaginare, perché se già immaginassi, sarei arrivato a creare una realtà alternativa, e i dubbi sarebbero già entrati oltre la mia mente, ed avrebbero cominciato a scavare più a fondo. Ho paura che ti perderai, che mi perderai per non ferirmi e per non ferirti, e per non ferirti o ferirmi, non me lo dirai. Che sarà come non accorgersi che la terra ruota, che il sole passa e le costellazioni cambiano in un cielo che non è mai lo stesso ma che sembra sempre uguale. Sento questi silenzi premonitori, ed ho paura che dietro questi piccoli tratti di non detto, la tua mente crei e distrugga realtà, legami e strade, che possa imboccarne una di traverso, di traversa, che non riuscirò a vedere o prendere in tempo e solo alla fine, guardandomi intorno, mi ritroverò a camminare solo con la tua ombra al mio fianco, e scoprire che è la mia. Ho paura che partirai e non me lo dirai, e mi lascerai con gli occhi chiusi mentre mi sussurri parole dolci all’orecchio, parole che sentirò dette da vicino, ma che saranno solo amplificate dall’eco dei monti che ci avranno separato.

Lo temo, ma non riesco ad immaginarlo.

Parlami, o non riuscirò più a sapere dove sei.

F.S.

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Pensieri fra tanti

Non so spiegarmi il perchè io abbia questa irrefrenabile tendenza all’ombra. Ho cercato parole diverse per definire il centro verso cui mi muovo e sono attratto:  depressione, tristezza, ombra.. non credo possa esistere termine che io conosca, capace di descrivere davvero cosa sia, e probabilmente nemmeno io ne sono consapevole. E’ nella mia natura, so questo. Scorre fra le pieghe delle mie impronte, passa attraverso il nucleo di ogni mio capello, striscia sulle pareti di ogni mia vena e arriva ad imbibire il cuore e l’animo, lasciando un debole colore plumbeo al mio intero corpo. E’ nella mia natura, come gli alberi che crescono verso l’alto e cercano i raggi del sole per poter sopravvivere e crescere, così io approfondo le mie radici in questa terra fredda e scura, ricavandone l’energia per lasciar vagare la mia mente che, sebbene utilizzi un mezzo così doloroso e solitario di viaggiare, mi permette di esplorare i remoti angoli del Mio Universo, spingendomi oltre la luce delle stelle e della speranza, arrivando ad affacciarmi alla balaustra che dà su di un paesaggio che ogni volta mi stupisce e ammutolisce. Posso immergermi con gli occhi in quel panorama infinito, di trama nera, attraverso la quale filtrano le emozioni  e gemmano i pensieri che, seppur nati da questa oscurità, mi scaldano e riscaldano lo stesso mondo in cui vivo.

Riesco ad immergermi nell’intimo fluido di cui è fatta l’ispirazione, la creatività e, limitandomi alle possibilità concesse dalle mie capacità e da quello che da questa nera trama filtra, posso creare grafemi che rispecchiano me stesso e che permettono, se non di affacciarvisi leggendoli, almeno di avvicinarsi a quella balaustra che trovo dentro me.

Scrivendo, ora, persino la “cupità” che aleggiava su di me si dissolve come la foschia al passare dei minuti mattutini, e permette di intravedere l’orizzonte più lontano e delineare i paesaggi fondamentali per gli occhi. La scrittura ha sempre avuto un ruolo fondamentale nella mia vita, catartico e catalizzante, o meglio espressivo per ciò verso cui sono catalizzato. Non ricordo quando ho davvero cominciato a scrivere, o meglio ad esprimere me stesso in questo modo, ma so che risale a prima che avessi imparato a formare frasi, a seguire le sinuose metriche della scrittura che conosciamo, a sfiorare i canoni e gli spigoli delle lettere nelle loro forme classiche. Già prima scrivevo, e la penna era la voce che alberga nella mente di ognuno di noi, e l’inchiostro questo calamaio di pensieri che non sembra avere fine. La  carta che impregnavo era il presente della memoria, che si cancellava e si rinnovava ad ogni tempo, lasciando solo deboli solchi dell’ultimo passaggio, sufficienti ad imparare ogni volta e fare un passo avanti, ma non eccessivi al punto da finire il rotolo dove scrivere.

Purtroppo questo mio rapporto è stato sempre combattuto dall’altro universo, da quello che vive intorno a me, e da tutti i me che su quella balaustra non riescono ad arrivare, e percorrono altre strade, restano immobili a dormire lì dove sono ( e sono tanti), e vivono d’ispirazione riflessa, come d’un’altra luce che viene da lontano, e che , mischiata alla loro, sfoca le forme come fanno due lampioni che ci illuminano e che proiettano a terra due ombre simili, diverse per intensità di grigio, ma con l’impossibilità di scegliere tra le due quale sia l’originale. Ispirazione riflessa quindi, che stordisce gli altri me, e che viene stordita e confusa dagli altri me, e, spesso, che viene talmente tanto perturbata da perdersi e dissiparsi come i frammenti di cenere che risalgono incandescenti verso l’alto la corrente della fiamma, e si perdono nel buio dell’infinito sopra di loro.

Non si deve combattere l’ispirazione, né andrebbe forzata a compiersi e manifestarsi. Come ogni credo aleatorio, va creduta e supportata con un nutrimento fertile, con degli stimoli che possano accentuarne l’espressività, senza per questo mutarla e mutarne le molteplici manifestazioni. Senza corrompere la spontaneità che la alberga sovrana, con la tirannia dell’obbligatorietà, del poterla accendere e spegnere come un interruttore, dell’abusarne come una prostituta.

Non so perché, né cosa scrivo, ma non me ne è mai importato molto. E’ un bisogno primario, come quello di respirare, come quello di fare l’amore e perdersi nel corpo di qualcun’altro, forse per dimenticare il proprio, e scordarsi in quei minuti di sfrenato piacere, che si è soli a questo mondo, e che il cielo sopra le nostre teste continuerà a girare anche se noi non lo guarderemo più, e non si vergognerà di spogliarsi dalle nuvole che lo ricoprono, di fronte a a qualcun’altro, ancora e di nuovo, quando ormai noi non saremo più nemmeno memoria.

So che scrivo.

Raramente rileggo ciò che gemmo ( e si sappia bene che non di gemme preziose parlo, ma di quei figli degli alberi che daranno magari vita a future parti del corpo originario), per evitare che questo venga corrotto da una nuova emozione interpretativa al momento della lettura, che non combacerà mai, unico come è ogni momento, con quella che ha originato le parole.

Scrivo, e questo mi basta.

Spero che attraverso questo blog, io possa incentivare ciò che, purtroppo, saltuariamente è stato in questi ultimi 6 anni soffocato dai doveri sociali e culturali, di quella cultura e società che ti riempie la mente, ma ti svuota l’animo, e ti rimpicciolisce la balaustra alla quale puoi affacciarti.

Ero partito volendo scrivere quanto sto soffrendo in questo momento, quanto la mia sofferenza cresce e prolifera sotto i miei piedi, quanto sia inarrestabilmente, quanto divori me stesso, unico nutrimento di cui abbisogna, e quanto questa sia essa stessa l’origine prima dell’ossigeno che bramo ad ogni respiro.

Ero partito volendo scrivere questo, ma mi ritrovo, ora, ad urlare, mentre lo scrivo, quanto io sia felice, quanto la scrittura, se autentica e sentita, possa essere la valvola di sfogo al mio dolore, e possa, attraverso questo, trasformare i rantoli della mia anima in melodie d’amore per l’universo che mi è intorno e per le stelle che brillano lassù, cercando di farle voltare ad ascoltarmi.

F.S.

F.S. è nato dalla mia mente che cercava un’identità, e l’ha trovata in queste due iniziali, di un nome che conosce, e di un cognome che ancora non immagina.

Domani spero di avere il coraggio di riscrivere.