Come barca e come mare

Sei vento che mi porta a navigare
per mari sconosciuti,
oltre le ripe amiche dell’esser d’ogni giorno.

Arrivo agli estuari di ciascun fiume che mi scorre ( scava è meglio?)
e che uguale nasce e muore
nel grande oceano c’ho dentro me
a sobbalzar ed acquietarsi per sole e nube.

Navigo così a stenti remi e tante vele,
seguendo il soffio tuo che preme,
e scontro contro onde che m’infuriano,
figlie della tempesta che m’appartiene.

Tutto sfuma lungo i tratti d’un sorriso,
che ad un tratto sul mio viso si compone,
a sapere che sei lì,
a spinger vele e gonfiar mare,
unica a poter esser sia brezza che mi sprona,
sia freno che m’opprime e che m’affoga.
F.S.

Sotto gentile concessione di G.B., proprietaria di questa poesia, e destinataria del mio amore controverso ed immaturo in un periodo tanto tormentato della mia vita. La ringrazio ancora per avermi concesso alcuni anni bellissimi della mia esistenza, per avermi medicato i graffi che mi lasciavano sul corpo le spine della crescita, a causa di una pelle ancora troppo fragile per poter sostenere il tocco di qualcuno. E’ stata una brezza che mi ha trasportato soffiando instancabile su di me. Spero che abbia trovato la forza per perdonare il mio aver ammainato le vele e l’aver scelto di esplorare il mondo con remi mossi solo dalle mie braccia.

Ringrazio che mi abbia concesso di perdermi così tante volte in quel mare blu che le adornava le pupille.

E.N.

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Introspezione

Non ho mai fatto nessuna citazione in tutti i frammenti che ho scritto. Citare è come rubare. Le parole a cui si dà la vita, scritte o dette che siano, nascono e muoiono con le emozioni di chi le ha messe al mondo. Citarle significa cambiarne il senso, sfumarle, dare loro colori e toni che, seppure simili a quelli che originariamente sono stati usati per dipingerle, non potranno mai raggiungere l’originale. Ho sempre pensato questo, lo penso tutt’ora, ed è il motivo per cui da quando ho iniziato a scrivere, fino a pochi mesi fa, non rileggevo mai quello che creavo, ma lo lasciavo perdersi nella memoria, facendolo rimanere l’ombra dell’emozione che lo aveva creato, per evitare di macchiarlo con una nuova lettura, con una nuova interpretazione o correzione. Ogni parola messa in fila descrive la mia anima quando questa vuole parlare, e solo quella. Descriverà quell’ F.S., quell’ E.N. che sono stato mentre scrivevo e che è svanito con la fine dell’ultima frase; quello e nessun’altro. Penso questo, ma non posso fuggire dalla dolcezza di ritrovare nei pensieri altrui un pensiero mio, di vedere scritte parole che non avrei saputo incastonare così bene fra loro all’interno di una frase per descrivere quello che vivo e corteggiare i miei sentimenti. Penso questo, e scendo a compromessi con me stesso, e cito, sfumandolo, chi è riuscito a dare voce alle mie parole mute.

“Ho sempre rifiutato di essere compreso. Essere compreso significa prostituirsi. Preferisco essere preso seriamente per quello che non sono, ignorato umanamente, con decenza e naturalezza… Voglio godere con me stessso l’ironia del fatto che non mi trovino diverso. Voglio questo cilicio: che mi credano uguale a loro..”

-Bernardo Soares, o Livro do Desassossego-
Solo di tanto in tanto, nei momenti più nitidi e chiari, quando la lucidità della notte fonda mi abbraccia e mi sfiora, sotto i raggi di quella oscurità sento il lento sbocciare di un pensiero che celo dentro di me, che mi segue come la mia stessa ombra, e di cui sempre dimentico l’esistenza ai primi fiocchi di sole. Mi fermo a fissare gli oggetti nella mia stanza, e tutte i toni di grigio che sfiorano il nero ed il bianco senza mai arrivare a toccarli. Parto dal piccolo tavolino su cui scrivo, attraverso poi le foto appese ai muri che mi circondano, il tappeto colorato, di giorno, che sembra un vecchio codice a barre sgualcito, un piccolo mappamondo che mi regalò chi riuscì ad amarmi senza trovare quella stessa fiamma che sgorgava dentro di lei.. magari un giorno parlerò anche d’amore, di amore vero, quello che non finisce bene, e che, asimmetrico com’è, riesce ad illuminare i confini dell’universo di uno dei due amamnti, lasciando nel buio più totale l’altro, quello di chi non ricambia.. continuo ad osservare, e i miei occhi fuggono dalla stanza che c’è fuori e roteano dentro di me, per arrivare fino in fondo e più a fondo di quanto faccia la mia ragione, andando ad illuminare con questa piccola torcia di lucidità, che potrebbe spegnersi da un momento all’altro, tutto quello che c’è dietro le azioni che ho fatto finora, a quelle che farò, ai miei obiettivi, ai motivi che danno moto a ciò che sono.
Se mi sforzo e provo ad immaginarmi, sento come la sensazione di essere una nave che cerca un porto a cui possa finalmente sostare; una nave che procede attraverso mari di volti e di storie, di persone che sono quasi riuscite ad affondarmi attraverso le tempeste che hanno portato ad abbattersi su di me, o attraverso calme piatte dove non c’era vento che potesse spingere le mie vele, e allora gettavo l’ancora e rimanevo lì ad aspettare, sopravvivendo della rugiada mattutina che si depositava sulle assi del mio corpo filtrando attraverso le imperfezioni del legno, masticando qualche emozione qua e là pescata senza ami gettati, ma caduta dal cielo con la stessa inspiegabilità di quello stesso mare piatto, come quando piove ed è sereno.
Navigando per quei mari, con le vele strappate, i remi spezzati e grosse falle sulla pelle che lasciavano vomitarmi dentro l’acqua acida che sgorgava da chi avevo ferito, da chi mi aveva ferito e soprattutto da chi non avevo nemmeno avuto modo di ferire perchè mai conosciuto,arrivavo di tanto in tanto a qualche piccolo porto di un’isola.
Non sempre riuscivo a gettare l’ancora; spesso preferivo restarmene lontano dalla banchina, in alto mare, scorgendo solo le linee della città al tramonto, dietro quei capannoni d’apparenza, e le luci delle case di notte, quando la temperatura scendeva e i venti mi spingevano più a largo, nella terra di nessuno, solo, e quelle luci diventavano frammenti indistinti di stelle cadute.
Quando decidevo di gettare l’ancora, di mettere una passerella di contatto fra il mio mare e quel mondo che mi si apriva davanti, al primo contatto fra il mio piede nudo e quella terra ospitale, mi ritraevo, per chissà quale motivo, di nuovo lungo la scaletta della mia nave, tornando a rinchiudermi fra le mura di assi di legno dondolati dal mare. Un nauseante conato d’indifferenza, di apatia che nasceva da quell’assenza di onde, dalla mancanza degli schizzi di sale sulla pelle che si seccano e diventano tiranti del tempo, di sole che picchia su uno specchio di nulla fluido, mentre lì intorno vedevo solo un molo silenzioso e, dietro questo, un’intera città luminosa che voleva solo essere scoperta e conosciuta. Quasi mai sono riuscito ad andare oltre, tremando per quell’assenza di onde sotto i piedi, quel cullare perpetuo che anche nei momenti di piatta non smette mai di dondolarti.
Un senso di vuoto mi assaliva quando sbarcavo, quando avrei potuto finalmente aver raggiunto la fine del mio viaggio, per lasciarmi invecchiare felice fra le braccia della città di qualcuno, scoprendo lentamente ogni sua strada, entrando in ogni sua casa e aprendo ogni stanza, assaggiando i sapori acri dei suoi vicoli abbandonati, e gli urli e gli umori caldi delle notti fra le lenzuola sotto i lampioni, dove chiunque potrebbe vedere, ma gli unici occhi che guardano restano i tuoi, fissi nei suoi, mentre si perdono nel riflesso delle luci delle strade che state percorrendo.
Ho semplicemente poggiato un piede, un minimo contatto della suola sulla quella terra pronta ad essere esplorata, e subito un rapido giro su me stesso, per togliere l’ancora con la forza dei silenzi, per far passare i conati nati appena sbarcato, facendomi risuonare in testa il rumore delle onde.
Ho alzato le vele, di nuovo e tante volte,per tornare fra i flutti fondi degli abissi, a cercare una nuova meta a cui non approderò, ad attraccare in moli che desidero alla stregua di come si può desiderare d’essere amati.. ma nel momento stesso in cui li raggiungo, mi svuoto, e mi conosco e riconosco solo e destinato a vagare per mare, ad avere come unica compagna una linea d’orizzonte lontana che deve rimanere irraggiungibile per poter rimanere, un’amante che ogni notte spero di trovare nel mio letto per succhiarle via il sudore di dosso e mischiarlo col mio, senza mai volerle davvero afferrare la carne perché, quando finalmente riesco a stringerla forte, a sentire la sua pelle rilasciarsi sotto la mia stretta, a stenderla sulle mie lenzuola di stoffa grezza strappata da una vela, proprio quando dovrei tuffarmi dentro quel vero mare che da speranza e marea diventa realtà e spiaggia , allora cado, e mi ritrovo le mani tremanti che non riescono a stringere, mi ritrovo bambino che non sa cosa farsene di un copro, perché cerca qualcosa di ancora più assoluto ed infinito, e sa che potrà inseguirlo solo continuando a navigare.

F.S.

PIANETA CHE SONO

Sono come su di un’orbita
che mi porta a toccare inverni
in cui mi trovo come quegli infermi,
resi disabili dalla guerra.

Combatto ancora con me stesso
ad ogni stagione che attraverso,
e ad ogni mese sono più perso
con l’approssimarsi del nuovo freddo.

Con questa rivoluzione sul mio asse,
per cui mi ferisco e spesso perisco,
ho la fortuna di ruotare
intorno al sole a cui ambisco.

E mi allontano mentre lotto
e neve cade sui miei occhi
e nero vedo come un morto,
coperto dal candore dei suoi fiocchi

Ma, mentre lotto, ancora strenuo,
mi riavvicino infine al sole
e tutto sciolgo e ancora tremo
mentre sento quel suo calore

E allora la lotta si fa più mite
e posso finalmente respirare,
senza neve sulle mie pupille
e con una voce con cui urlare,
con cui piango e grido,
all’universo,
tutta la gioia accumulata,
e sprigiono in me questo riflesso
di una nuova vita germogliata.

Dimentico di orbitare
e che tornerò nel gelo.
Ho solo i raggi come pane,
e la loro luce è come un remo.

Certe volte è il non sapere
o l’ingannarsi e dimenticare
che il futuro sarà ancora nero,
a lasciarci liberi di volare.

E orbito ancora.

F.S.

Gocciolii

Questa è una novità. E’ la prima volta che pubblico una poesia. Pubblicare è una parola grossa, ne sono consapevole, ma nel suo piccolo, questo gesto significa moltissimo per me. Spero che qualcuno possa apprezzarla, che riesca magari a vedere ciò che sentivo di descrivere. Spero di esserci riuscito.

Gocciolii

Come un lavandino che perde,

ogni secondo che passa

goccia dentro di me

e cresce

il tonfo sordo del suo passaggio,

nella stanza vuota della mia mente.

Non riesco ad addormentarmi.

Sono anni che cerco di dormire,

mentre continue queste gocce

mi mantengono lucido

delle lancette che scorrono,

ed anche il permesso di sognare

mi è negato dal ticchettio indelebile del trascorrere.

Mi alzo a volte quando,

dimenticandolo,

penso di poter chiudere finalmente la mia perdita

e stringo con forza le maniglie

per cercare di arrestare questo fluire.

Quando la forza nelle mani

si è ormai arresa, torno vinto

nel letto in cui vivo,

e ricomincio ad ascoltare i gocciolii

che scandiscono la mia vita.

Vorrei poter sognare,

vorrei poter dormire per svegliarmi

da questo suono che m’acceca

e che m’attrae,

come una falena di fronte ad un lampione,

la prigione in cui è intrappolata,

che le permette di vedere,

illuminata,

la realtà che la circonda.

Queste gocce che riempiono la mia mente,

mi danno il dono di sentire la realtà che scandiscono,

ma nell’attrazione che a loro mi avvinghia,

non riesco a vedere che fuori è sorto il sole

e resto a fissare una piccola lanterna

quando intorno, del giorno,

è piena luce.

Rimango ad annegare in queste gocce,

senza poter raggiungere il mare di annegati

che continuano a galleggiare, senza accorgersene,

intorno a me.

F.S.

Incroci di strade

L’aria è calda. Mi ricorda un po’ quella del phon con cui spendo intere ore ad asciugarmi il viso dalla tristezza. Mi fa sentire meno solo quel getto caldo sul volto, quel rumore di sottofondo così simile al fischio del silenzio, che scaccia via ogni forma di solitudine.
Mi accompagna.
Se me lo avessero domandato ieri (e ogni giorno prima di ieri), avrei sempre risposto che vivo la maggior parte del mio tempo sveglio, e che solo in alcuni momenti di confronto col mondo esterno, quando sono costretto a lasciare il nido caldo rinchiuso dal mio cranio, vengo trascinato via da un turbinio di sabbia che mi ricopre schiacciandomi con una duna, costringendomi a chiudere gli occhi per distaccarmi da quel mondo che non riesco a riconoscere come mio.
Avrei risposto questo, dimenticando quello che ogni volta davvero sento quando devo esprimermi di fronte a qualcun altro, quando non posso più usare un IO all’infinito, ma devo scendere nell’obbligo dell’utilizzo dell’intera gamma di pronomi personali che si devono usare con un interlocutore diverso da me stesso. Non più un IO infinito, ma un tu, un noi, un voi e qualche raro io; limitati da chi mi sta davanti.
Avrei risposto questo se mi avessero domandato come passo la mia vita, come mi confronto coi confronti, come vivo l’impersonale fuori da me, e le persone che ne sono all’origine.
Eppure oggi ho capito che non è così.
E’ forse l’opposto, anzi.
Passo la mia vita in dormiveglia, un po’ soporoso al sole, sulla mia roccia d’esistenza che mi divide dal baratro del vero infinito, incontrollabile perché nasce e cresce oltre le mie dita incapaci di stringerlo nel pugno e di ficcarmelo in tasca. Sto su questa pietra, con gli occhi socchiusi, a sfocare gli oggetti più lontani che diventano tutti indistintamente uguali, e si stagliano sulla linea dell’orizzonte insieme alle linee dei paesaggi che conosco, o riconosco seppure indistinti, con la stessa coscienza di quando si percorre una strada a memoria: giunti a destinazione non si riesce a ricordare come ci si è potuti arrivare, ciechi come eravamo di fronte ad un percorso stampato dentro di noi dalle migliaia di volte in cui lo abbiamo completato. Una lucertola che non ha bisogno d’altro, che trova in quel calore solare il primo motore della propria esistenza. Scaldarsi per sopravvivere. Se alzo gli occhi e cerco di guardare quella sorgente luminosa, mi accorgo di quanto anche questa sia indefinita e irriconoscibile, di quanto io non sappia davvero quale sia la fonte prima della mia felicità, sebbene ne riconosca l’appartenenza alla mia anima . E’ esterna a me, ma è solo mia, e non posso non sentire lo stesso aroma che sento sulla mia pelle quando provo ad annusare l’aria, e ad associare quell’aroma personale a ciò che sono.
Quando invece vengo gettato giù da quella pietra, quando non trovo uno scalino con cui scendere dolcemente (quelle rare volte in cui sento il desiderio di strusciare i piedi nudi sull’erba del vicino), quella calda sorgente di luce si spegne d’improvviso, o forse  sono io che smetto di guardarla, e vedo solo le ombre che questa proietta sbattendo contro chi mi sta davanti. Fa freddo allora, e il tepore che mi aveva accompagnato, scorre via come la pioggia lungo un’ombrello, lasciandolo inumidito al suo passaggio, ma senza mai poterlo definire davvero bagnato. Sento che scende dalle dita, e goccia sul terreno arido di una terra che, sebbene io le abbia già fatto visita milioni di volte nei miei dormiveglia, mi appare sconosciuta, e non indistintamente certa come gli orizzonti che vedevo dal mio avamposto. Goccia il mio calore, goccia via.
Mi ritrovo volti davanti, e l’ombra che il mio sole vi proietta mi costringe ad aprire più forte gli occhi per identificare almeno le linee di quello che vedo, per superare l’abbaglio circostante dell’aura dei raggi, e scoprire le forme di chi ho davanti.
Lì inizia allora.
Parte come un leggero brusio, un sottofondo caotico, quasi piacevole all’inzio, che mi ricorda il rumore continuo del phon. Cresce poi, lento e sempre continuo, ed ogni voce comincia a distinguersi nel mucchio. Guardo in basso, e mi vedo volteggiare sopra una miriade di strade piene di incroci che si stagliano sotto di me, che prendono vita e finiscono nelle persone che mi parlano. Provo a seguire quelle parole, ascoltando, e mi accorgo di come ognuna segua la sua strada, di come gli incroci che vedo dall’alto, e che farebbero pensare a delle sovrapposizioni di carreggiate, a degli scambi di direzione e contatto, a degli stop in cui si dà la precedenza a chi parla da destra, non sono altro che fittizie dettate dalla prospettiva. Se scendo dall’alto della mia visuale, e mi inoltro con l’ascolto fra le macchine di parole, facendo attenzione a non farmi investire da qualche camion troppo carico di verbi alla prima persona, con gli occhi spalancati riconosco che quegli incroci non esistono, che ci sono dei ponti e dei sottopassaggi dove dall’alto vedevo scambi, che non vi sono stop o precedenze, e che chi ha costruito la propria strada, si è dimenticato di mettere delle uscite che la collegassero alle entrate degli altri, che sono state anche loro dimenticate nella fretta di finire i lavori per iniziare la viabilità. Mi trovo allora stretto fra le due guardavie che delimitano quelle parole, e non vedo uscite, non vedo entrate; posso solo stare attento a non farmi travolgere da chi parla. Salto via allora, torno verso l’alto ma qualcosa mi trattiene per un piede, la mia presenza fisica di fronte a chi mi sta parlando. Cerco di guardare gli occhi di quella bocca, di distogliere poi lo sguardo ed annuire con la testa ad intervalli regolari, rallentando il respiro e lasciando cadere dei sorrisi di condivisione, per far capire a chi mi sta davanti che vorrei anche io dire qualcosa, ma che non trovo strade per immettermi, che dovrei sfondare quei muri che circondano i discorsi per poter entrare, ritrovandomi magari contromano vista la foga che richiederebbe un ‘immissione del genere. Non voglio. Non voglio dover sforzare un muro, dover sfondare una carreggiata, per poter dire i miei pensieri. Vorrei che vi fossero quelle strade con la prosodia di una domanda, che mi permettano di indirizzare le mie parole. Intravedo, qua e là, qualche piccolo viale pieno di immissioni, di aree di sosta ai bordi della via, qualche sterrato di campagna senza muri o cordoli che lo possano confinare. E’ circondato da campi di grano maturo che ondeggia sotto i venti delle macchine che passano lungo la strada e spostano l’aria, che si offusca qua e là per la polvere alzata dalle ruote che passano lente sulla ghiaia dello stradino, e si acquietano rapidamente per lasciare intravedere di nuovo l’orizzonte, indistinto ma riconosciuto. Riesco anche ad imboccarle, quelle strade, e mentre le percorro, sorpassando o lasciandomi sorpassare da qualche auto, sento lo stesso calore salirmi lungo il corpo che sentivo mentre ero sulla mia pietra. Gli occhi si socchiudono allora, e la strada perde i suo dettagli, rimanendo un serpente bianco che si snoda di fronte a me, che dorme e che respira mentre la percorro, che mi porta in alto verso il sole. Posso intravedere di nuovo il sole guardando alla fine di questa via, e le ombre che nascevano dai corpi reali lì intorno, scompaiono per lasciare spazio a raggi candidi che delineano ciò che mi circonda. Continuo ad andare, e trovo la calma ed il tepore per riaddormentarmi e ricominciare a sognare.

F.S.