Introspezione

Non ho mai fatto nessuna citazione in tutti i frammenti che ho scritto. Citare è come rubare. Le parole a cui si dà la vita, scritte o dette che siano, nascono e muoiono con le emozioni di chi le ha messe al mondo. Citarle significa cambiarne il senso, sfumarle, dare loro colori e toni che, seppure simili a quelli che originariamente sono stati usati per dipingerle, non potranno mai raggiungere l’originale. Ho sempre pensato questo, lo penso tutt’ora, ed è il motivo per cui da quando ho iniziato a scrivere, fino a pochi mesi fa, non rileggevo mai quello che creavo, ma lo lasciavo perdersi nella memoria, facendolo rimanere l’ombra dell’emozione che lo aveva creato, per evitare di macchiarlo con una nuova lettura, con una nuova interpretazione o correzione. Ogni parola messa in fila descrive la mia anima quando questa vuole parlare, e solo quella. Descriverà quell’ F.S., quell’ E.N. che sono stato mentre scrivevo e che è svanito con la fine dell’ultima frase; quello e nessun’altro. Penso questo, ma non posso fuggire dalla dolcezza di ritrovare nei pensieri altrui un pensiero mio, di vedere scritte parole che non avrei saputo incastonare così bene fra loro all’interno di una frase per descrivere quello che vivo e corteggiare i miei sentimenti. Penso questo, e scendo a compromessi con me stesso, e cito, sfumandolo, chi è riuscito a dare voce alle mie parole mute.

“Ho sempre rifiutato di essere compreso. Essere compreso significa prostituirsi. Preferisco essere preso seriamente per quello che non sono, ignorato umanamente, con decenza e naturalezza… Voglio godere con me stessso l’ironia del fatto che non mi trovino diverso. Voglio questo cilicio: che mi credano uguale a loro..”

-Bernardo Soares, o Livro do Desassossego-
Solo di tanto in tanto, nei momenti più nitidi e chiari, quando la lucidità della notte fonda mi abbraccia e mi sfiora, sotto i raggi di quella oscurità sento il lento sbocciare di un pensiero che celo dentro di me, che mi segue come la mia stessa ombra, e di cui sempre dimentico l’esistenza ai primi fiocchi di sole. Mi fermo a fissare gli oggetti nella mia stanza, e tutte i toni di grigio che sfiorano il nero ed il bianco senza mai arrivare a toccarli. Parto dal piccolo tavolino su cui scrivo, attraverso poi le foto appese ai muri che mi circondano, il tappeto colorato, di giorno, che sembra un vecchio codice a barre sgualcito, un piccolo mappamondo che mi regalò chi riuscì ad amarmi senza trovare quella stessa fiamma che sgorgava dentro di lei.. magari un giorno parlerò anche d’amore, di amore vero, quello che non finisce bene, e che, asimmetrico com’è, riesce ad illuminare i confini dell’universo di uno dei due amamnti, lasciando nel buio più totale l’altro, quello di chi non ricambia.. continuo ad osservare, e i miei occhi fuggono dalla stanza che c’è fuori e roteano dentro di me, per arrivare fino in fondo e più a fondo di quanto faccia la mia ragione, andando ad illuminare con questa piccola torcia di lucidità, che potrebbe spegnersi da un momento all’altro, tutto quello che c’è dietro le azioni che ho fatto finora, a quelle che farò, ai miei obiettivi, ai motivi che danno moto a ciò che sono.
Se mi sforzo e provo ad immaginarmi, sento come la sensazione di essere una nave che cerca un porto a cui possa finalmente sostare; una nave che procede attraverso mari di volti e di storie, di persone che sono quasi riuscite ad affondarmi attraverso le tempeste che hanno portato ad abbattersi su di me, o attraverso calme piatte dove non c’era vento che potesse spingere le mie vele, e allora gettavo l’ancora e rimanevo lì ad aspettare, sopravvivendo della rugiada mattutina che si depositava sulle assi del mio corpo filtrando attraverso le imperfezioni del legno, masticando qualche emozione qua e là pescata senza ami gettati, ma caduta dal cielo con la stessa inspiegabilità di quello stesso mare piatto, come quando piove ed è sereno.
Navigando per quei mari, con le vele strappate, i remi spezzati e grosse falle sulla pelle che lasciavano vomitarmi dentro l’acqua acida che sgorgava da chi avevo ferito, da chi mi aveva ferito e soprattutto da chi non avevo nemmeno avuto modo di ferire perchè mai conosciuto,arrivavo di tanto in tanto a qualche piccolo porto di un’isola.
Non sempre riuscivo a gettare l’ancora; spesso preferivo restarmene lontano dalla banchina, in alto mare, scorgendo solo le linee della città al tramonto, dietro quei capannoni d’apparenza, e le luci delle case di notte, quando la temperatura scendeva e i venti mi spingevano più a largo, nella terra di nessuno, solo, e quelle luci diventavano frammenti indistinti di stelle cadute.
Quando decidevo di gettare l’ancora, di mettere una passerella di contatto fra il mio mare e quel mondo che mi si apriva davanti, al primo contatto fra il mio piede nudo e quella terra ospitale, mi ritraevo, per chissà quale motivo, di nuovo lungo la scaletta della mia nave, tornando a rinchiudermi fra le mura di assi di legno dondolati dal mare. Un nauseante conato d’indifferenza, di apatia che nasceva da quell’assenza di onde, dalla mancanza degli schizzi di sale sulla pelle che si seccano e diventano tiranti del tempo, di sole che picchia su uno specchio di nulla fluido, mentre lì intorno vedevo solo un molo silenzioso e, dietro questo, un’intera città luminosa che voleva solo essere scoperta e conosciuta. Quasi mai sono riuscito ad andare oltre, tremando per quell’assenza di onde sotto i piedi, quel cullare perpetuo che anche nei momenti di piatta non smette mai di dondolarti.
Un senso di vuoto mi assaliva quando sbarcavo, quando avrei potuto finalmente aver raggiunto la fine del mio viaggio, per lasciarmi invecchiare felice fra le braccia della città di qualcuno, scoprendo lentamente ogni sua strada, entrando in ogni sua casa e aprendo ogni stanza, assaggiando i sapori acri dei suoi vicoli abbandonati, e gli urli e gli umori caldi delle notti fra le lenzuola sotto i lampioni, dove chiunque potrebbe vedere, ma gli unici occhi che guardano restano i tuoi, fissi nei suoi, mentre si perdono nel riflesso delle luci delle strade che state percorrendo.
Ho semplicemente poggiato un piede, un minimo contatto della suola sulla quella terra pronta ad essere esplorata, e subito un rapido giro su me stesso, per togliere l’ancora con la forza dei silenzi, per far passare i conati nati appena sbarcato, facendomi risuonare in testa il rumore delle onde.
Ho alzato le vele, di nuovo e tante volte,per tornare fra i flutti fondi degli abissi, a cercare una nuova meta a cui non approderò, ad attraccare in moli che desidero alla stregua di come si può desiderare d’essere amati.. ma nel momento stesso in cui li raggiungo, mi svuoto, e mi conosco e riconosco solo e destinato a vagare per mare, ad avere come unica compagna una linea d’orizzonte lontana che deve rimanere irraggiungibile per poter rimanere, un’amante che ogni notte spero di trovare nel mio letto per succhiarle via il sudore di dosso e mischiarlo col mio, senza mai volerle davvero afferrare la carne perché, quando finalmente riesco a stringerla forte, a sentire la sua pelle rilasciarsi sotto la mia stretta, a stenderla sulle mie lenzuola di stoffa grezza strappata da una vela, proprio quando dovrei tuffarmi dentro quel vero mare che da speranza e marea diventa realtà e spiaggia , allora cado, e mi ritrovo le mani tremanti che non riescono a stringere, mi ritrovo bambino che non sa cosa farsene di un copro, perché cerca qualcosa di ancora più assoluto ed infinito, e sa che potrà inseguirlo solo continuando a navigare.

F.S.

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