CREPITATIO

Questo qui presente è uno dei tanti me, forse quello che più ha fatto finta di nulla in questi primi giorni di grossi cambiamenti. Il trasferimento ad Amsterdam mi ha dato parecchi problemi ed ogni pressione subita si è andata a scaricare su questo mio lato che ha sopportato finchè ha dovuto. Ora che sembra passata la prima alta marea, le onde in ritirata hanno lasciato sulla riva i suoi resti malmessi. Se riuscisse a dire qualcosa, ora,  direbbe più o meno queste parole.

CREPITATIO

Mi sto accartocciando. Mi sto avvolgendo su me stesso in una spirale sempre più stretta che mi soffoca i pensieri, rende ciechi i miei occhi e conduce alle mie orecchie il solo sordo rimbombare del lento torcersi della mia vita. Echeggia nella mia spirale e si perde cercando di raggiungere il centro buio in cui risiede la mia mente. Ogni giro è aria che viene tolta ai miei polmoni, una pennellata di grigio più scuro che tinge la mia pelle.

Mi sto accartocciando. Mi sto accartocciando come fanno i fogli scritti a cui si dà fuoco. Non so da chi o da cosa sia nata la scintilla primordiale che lenta mi divora i contorni, gli estremi di quanto riesco a ricordare, ma nel suo incedere inarrestabile lambisce sempre più stretti i miei margini, lasciando il terreno nero dell’ustione che mi spiralizza morente.

Mi sto accartocciando. Mi sto accartocciando come un foglia secca schiaffeggiata dall’inverno che entra, dal freddo e dal vento che mi scorrono sul dorso, dall’assenza di linfa che dall’albero da cui sono caduto non mi arriva più.  E’ sempre stato inverno nella mia vita, eppure la temperatura sembra non smettere di scendere mai. Ogni volta che penso di essere arrivato allo zero assoluto, all’immobilità totale e all’assenza di cinesia, ancora un grado scendo e arriva un’immobilità maggiore, una paralisi più serrata.

Ne rido al pensare a questo esser congelato mentre mi avvolgo su me stesso, a queste metafore conflittuali ed opposte, ma sebbene questi eventi sembrino così antitetici ed esclusivi a vicenda, essi sono in realtà due ingranaggi di uno stesso meccanismo. Come a guardare un orologio nel dettaglio si trovano rondelle che ruotano impazzite senza fermarsi, e così accanto a queste ve ne sono di più grandi che si muovono con più timore e dolcezza, e ancora da queste ancora più grandi che impiegano l’eternità intera per far scorrere la lancetta dei secondi, così, se da questo meccanismo si passasse a me, sarebbe più facile capire come i miei ingranaggi si muovono ciascuno col proprio ordine e disordine, ma senza mai deragliare dal destino che li accomuna, dalla cassa dentro la quale giacciono, dalle lancette mie che muovono. E più crescono, questi ingranaggi, e più si muovono lenti, che anche ad osservarli risulterebbero impercettibili ed immutabili. Se questa regola controlla il mio ordine, se ad ogni ingranaggio più grande ci si muova con più lentezza, allora, quando si arriva di fronte all’immensità di una vita, persino della mia che così poco valore sembra possedere tanto è commiserata e compianta, allora questi ingranaggi non avranno sufficiente tempo per muoversi durante un’intera vita terrena, e così io, che intanto mi accartoccio su me stesso, non riesco a godere dei movimenti a cui questo spiralizzarmi mi conduce, perché la mia vita è troppo breve per potermi osservare mentre si muove.  Ma dentro, oltre l’esterno del mio immutare, soffoco e brucio e mi attorciglio intorno a me stesso, e sprofondo verso un freddo più cupo e mi inabisso senza mai toccarne il fondo. La mia esistenza è sempre stata così, o così me ne sono sempre convinto io che fosse. C’è chi vive e c’è chi pensa, io non riesco a fare bene nessuna delle due e me ne rimango a metà, a guardare i due orizzonti che confinano le mie possibilità. Mi piace semplificare dividendo il mondo in modo binomiale, abbassando ogni cosa ad una spartizione equa e facilmente comprensibile di due metà continue e complementari, due classi speculari ed opposte. So bene che questa è una riduzione talmente ingenua e semplice da non trovare efficacia nemmeno nel concetto della separazione del giorno dalla notte, visto quante sfumature di luce esistono durante la morte di ogni alba e la nascita di ogni tramonto; ma dell’efficacia, quando si pensa, non se ne fa nulla, mentre dell’ingenuità c’è n’è un bisogno infinito per potersi non fermare mai al punto in cui si è arrivati l’ultima volta. Così divisi una volta fra tante, parlando con chi mi ama, l’intera popolazione umana in due tipi di individui: “Se qualcuno ci indicasse col dito la luna, potremmo dividere le persone che guardano in due semplici gruppi: ci sarà chi guarda il dito e ci sarà chi guarda la luna”. Mi domandò allora quella persona:” E tu che cosa guardi?”, “Io? Io guardo nel mezzo, fra il dito e la luna”. E’ così che io sto, nel mezzo, e non appartengo né a chi vive né a chi pensa, ma in entrambi i gruppi mi sentirei di non essere me stesso. La diversità ci attira, ci attira in modo inevitabile non appena smettiamo di guardarci le scarpe e alziamo gli occhi per scrutarci intorno. Ci attira e vorremmo far parte di questa diversità e dell’unicità che ne deriva. Questo mio, però, non è un atto di affermazione dell’unicità sacra che mi costituisce: è solo un pianto, continuo e rotto solo dai singhiozzi di chi non capisce perché non si trova, e tanto si sente estraneo che non riesce nemmeno a riconoscere se stesso nella pozza di lacrime su cui (si) riflette.

F.S.

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8 risposte a "CREPITATIO"

  1. Bellissima metafora di conclusione. Ma rileggendo, sorgono spontanee alcune domande. L’incapacità di sentirsi grandi, spaziosi a poter accogliere tutto, senza scegliere. Senza essere la differenza simmetrica di due insieme, né l’intersezione: inevitabilmente qualcosa verrebbe esclusa. Forse anche Venn si sentiva come te, senza guardare la luna e senza guardare il dito che ne indica la bellezza

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    1. Cambiare ambiente per me è una sorta di amplificatore.. amplifica da una parte gli aspetti più vitali della mia mente ma dall’altra aumenta anche le ombre che vengono proiettate sui muri. Forse il problema sta proprio nel voler accogliere tutto, no? A volte guardiamo in alto e vorremmo arrivare a toccare la cupola dell’universo. Questo è un bel pensiero se lo si vive come una spinta ad andare verso l’alto ma, se non si sta attenti, può diventare una fonte di sconforto inestinguibile dovuta all’impossibilità di riuscire a realizzare quel desiderio, E’ vero, qualcosa viene escluso e deve venire escluso.. questi significa crescere, purtroppo o per fortuna. Un po’ come le cellule che da staminali che sono, man mano che si differenziano, acquistano caratteristiche sempre più specifiche e fini, perdendo però la capacità di poter invertire la rotta o diventare qualcos’altro. O si va in profondità o si va in larghezza, averle entrambe è utopia. La difficoltà sta nell’accettarlo!

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    1. L’insiemistica è una grande scoperta. Tutti ne vedono, inevitabilmente, uno strumento di separazione, io invece credo dia armonia, ordine, unificazione: per me unisce, ecco tutto. Venn col suo diagramma fece lo stesso, mise ordine, divise ma contemporaneamente unì. 🙂
      Quando dici che vorresti tutto, che desideri, che speri, ti stai studiando. Tutto te, come elemento. Io credo sia fondamentale questo atteggiamento. Scoprire la propria pendenza, i punti di intersezione, la polarità, i proprio limiti. Conosci te stesso, sai a cosa aspiri, di cosa ti accontenti e di cosa no. Il fatto che tu desideri tutto è molto romantico, emozionante. Un animo inquieto che fermo non sta. Lascia bruciare questo fuoco, che ti conduca a scoprire dei limiti, ad abbatterli, ad analizzarli ancora e ancora; se il risultato è questo, queste opere di fumo, lasciale fare!
      Quindi con chi parlo? con fs o en ? 😛

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      1. E’ un bel pensiero, tanto complesso quanto semplice, un po’ come lo è la divisione e l’unione di insiemi stessa. Anche io la penso come te, che più parti vanno, nella loro separabilità ed unicità, a comporre un insieme più grande e completo. Se passiamo però da questi a me, il discorso è un po’ più complesso. E’ sempre più complesso quando si parla di persone e ci si muove nel reale. Sicuramente mi sto di continuo scoprendo e studiando e spesso per x passi che faccio avanti ne faccio y indietro, senza sapere mai, prima di compierli, quanti saranno davvero. Grazie per le belle parole, spero che romantico abbia in parte un’accezione Romantica, che tanto amo. Questo frammentarsi, dividersi, diagrammizzarsi, tentare di unificarsi, dinamicizzarsi (spero mi concederai i termini) può sembrare affascinante, e spesso lo è, soprattutto quando mi permette di creare o di esprimere qualcosa; In molti altri momenti della mia vita però, quando serve univocità, stabilità, unificazione, tutto questo ribollire interno non mi scalda più ma mi scotta e passa dal piacevole ardore dello studiarmi, al disorientamento dell’incenerirmi. Finché continueranno comunque ad uscire manifestazioni o creazioni di qualsiasi genere, io le farò uscire e le lascerò nascere e mai cercherò di contrastarle. Questa è forse, per ora, una delle poche certezze che ho. Un anno fa, quando avevo iniziato a scrivere qui, avrei risposto così alla tua domanda: “Se io sapessi con chi stai parlando, smetterei di farmi tutte le mie domande. E’ un po’ come i diagrammi di Venn, i cui insiemi sono separati ma portano, insieme, alla completezza: parli con l’uno e con l’altro, con tutti e due e con nessuno”. Adesso invece ti risponderò che parli con E.N., perchè è questo che sono ora ed è questo che ero anche mentre ero F.S., seppure F.S. fosse un ottimo mezzo per riuscire ad amplificare e tirare fuori alcuni lati di E.N. che da soli non sarebbe usciti. Se mi chiederai, però, chi è E.N., non saprei che risponderti. Purtroppo sono ancora lontano dall’averlo capito. Per ora ho solo frammenti, tanti piccoli frammenti.

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      2. Che persona affascinante, generi curiosità.
        In bocca al lupo per la scoperta, non avere fretta e godi di ogni singolo momento, di ogni singola luce che rischiara la tua notte.

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  2. Cercherò di continuare ad assaporare ogni attimo, dolce o amaro che sia. Sono contento che ti sia piaciuto ciò che ho scritto e grazie non solo per la curiosità dimostrata, ma anche per il desiderio e la capacità di comprendere ciò che ho scritto. Mi ha colpito molto il paragone con John Venn ed è stato utile per riuscire a vedere da un’altra prospettiva ciò che ho scritto, dopotutto è attraverso l’esperienza da diversi punti di vista che si riesce ad andare avanti e crescere. Spero di riuscire a trasmetterti altre piacevoli emozioni in futuro.

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