I(n)spirazioni ed espi(r)azioni

Sono mesi che non scrivo più nulla; oggi, dopo quasi 12-13 settimane, mi sono messo davanti al computer ed ho cominciato a digitare qualcosa. Senza giri di parole è stato un disastro. Non che fossi ispirato o cosa, ma a paragonarmi con ciò che sentivo di poter fare in passato, con quel fiume pieno e ripieno di parole che si portavano attaccate ognuna milioni di sensazioni, adesso mi sembra di vivere in una secca estiva che mi lascia assetato, asciutto. A dirla tutta non è tanto una secca quella che sento. E’ come se gli argini di quel mio fiume si fossero rotti e l’acqua fuoriuscita mischiandosi alla terra di cui il mio corpo è composto, a formare una melma da cui mi è impossibile distillare l’acqua stessa che l’ha formata. Ogni mia zolla è intrisa d’acqua, bagnata e umida, e sebbene la quantità che il terreno contiene è la stessa che prima dormiva lungo il letto della mia anima e smussava gli argini della mia mente,  mi è adesso impossibile attingervi per berla come facevo un tempo, quando lasciavo scorrere a ritroso lungo la gola quelle emozioni con forma di parole, in un dissetarsi che era vomitare su carta i miei pensieri. Adesso è come se provassi a succhiare via dal fango quelle gocce d’acqua, ma quello che ne ricavo è solo il sapore del terriccio umido che mi arriva alle labbra e mi nausea i sensi, e mi porta a sputare i granelli che mi grattano in gola. Guardo il letto vuoto, e dove prima vi era quell’alluminico scorrere fluente, adesso vi sono crepe di un contenitore tenuto tropo lontano dalle dolci carezze dell’umido contenuto che lo manteneva fresco. Lo vedo, lasciato e lasciarsi all’arido trascorrere dei giorni, e, nel farlo, volto gli occhi altrove cercando di ignorarlo, come se il non scorgerlo possa cancellarmi quelle crepe ramificate dalla mente. Mentre scrivo, mentre provo a scrivere come sto facendo ora, qualche goccia cade su quegli aridi solchi e, subito assorbita, mi fa germogliare un barlume di soluzione che spero potrà avverarsi: dovrò lasciare che questo fango che ora mi compone si asciughi da ciò che non gli appartiene, per ritornare ad essere quel mosaico di zolle che è sempre stato. Solo allora potrò volgere lo sguardo verso le nubi lontane che circondano i bordi della mia anima  e aspetterò che queste, avvicinandosi seguendo l’imprevedibilità dei venti, possano portare un nuovo scroscio di sensazioni che inondi il mio letto vuoto, accarezzi i miei argini secchi e possa ricominciare a scorrermi dentro e dissetarmi. E’ un germoglio, ma dura solo un attimo, e la poca acqua che lo ha fatto nascere non basta a farlo vivere. Scrivo questo, e mentre lo faccio le mie dita macchiano di fango i tasti su cui batto; una lacrima scende ma non mi bagna: cade, e viene risucchiata in una delle crepe aride che ho aperte dentro me.

Di solito a scrivere era sempre F.S., ora non so più chi sia a muovere la mano e chi invece se ne sta in un angolo facendo finta di dormire.

Nel dubbio non firmo.

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