Flutti

Me la trovai all’improvviso davanti mentre camminavo sulla spiaggia, troppo tardi per evitarla. Tolte le scarpe come facevo da bambino, le avevo abbandonate coi calzini al riparo dietro l’ultima pietra che delimitava la fine della strada e lasciava spazio alla distesa di granelli plumbei che seguivano le carezze del vento. Non ce n’era molto, solo qualche folata qua e là che sfiorava la sabbia cercando di non farla sentire sola, ricordandole che, senza troppo attendere, avrebbe ricevuto ancora una carezza, ancora un bacio di passaggio. Così aspettava lei, così piaceva aspettare a me, mentre camminavo seguendo la leggera pendenza del terreno che mi spingeva giù, sempre più giù. L’oscurità della notte lasciava spazio al sipario aperto dalle nubi, tra le quali una luna mozzata sorrideva fissa e guardava quella scena scolorita, vissuta nella penombra intima dell’estate. Era caldo, e quei piccoli tocchi del vento dissetavano il calore che avevo sul volto, inebriavano i miei sensi e mi facevano tornare a quando toglievo le scarpe e correvo, bambino, a tuffarmi fra le onde. Seguivo quell’attrazione propria di chi nasce nell’acqua e vi cresce dentro; mi fermavo, quando il giorno moriva, a vederne il funerale colorato mentre il tempo sotterrava quella palla arrossita dietro la linea dell’orizzonte, e le onde si mormoravano fra loro come le vecchie davanti la bara, tutte vestite uguali, a ricordare gli anni passati col defunto, le storie vissute, le avventure trovate e perse. Non vi era però quella cupa cupola di tristezza che riveste i nostri di funerali, ma anzi colori accesi che accompagnavano non solo chi se ne andava, ma anche chi rimaneva, verso il crepuscolo e da qui verso la notte cullandolo in una musica continua che scaldava il cuore, e anzi spronava l’osservatore a riempirsi i polmoni e gli occhi di quella scena, di quel sale che sembrava potesse purificare l’anima. Rimanevo a volte anche di sera, avvolto dalle stelle quando queste non si nascondevano sotto le coperte di nuvole, e cercavo tra loro di riconoscere vecchie immagini che mi indicava mio padre, o andavo a volte inventandone altre, cercando di memorizzarle per raccontarle un giorno a mio figlio. Un sorriso più grigio mi si sfumò sul volto continuando a ricordare quei momenti lontani. Pensavo a quei lunghi infiniti funerali, a quanti nella mia vita ne avevo visti e, mentre affondavo ad ogni passo il piede nella sabbia, cercando di andare più in profondità di quanto una normale marcia consentirebbe, non mi accorsi di chi mi era davanti, e vi incappai cadendole addosso. Mi rialzai coi capelli gocciolanti, e lo scialle che ormai l’età mi aveva addobbato sulle spalle e che mi accompagnava in ogni ora della mia vita si bagnò anch’esso, e mentre mi rialzavo togliendo la sabbia dal viso, sentivo quelle fresche gocce scendermi sul petto e fermarsi a inumidirmi il cuore.

-Mi scusi.. non l’avevo vista.. ero assorto nei pensieri e, sa, alla mia età ogni reazione è rallentata..-

Eterea, mi stava davanti, con gli occhi aurei il cui colore non ero capace di distinguere in quella scena bicromica. Senza muovere le labbra emise un lieve sussurro che cominciò a mischiarsi con quello del vento. Sembrava che il suo stesso corpo vibrasse di quel suono, e le vesti bianche come la spuma dondolavano seguendone la stessa ritmicità, in armonia con l’intera scena che le faceva da contorno.

Mentre il suono cresceva ancora, allungò una mano per prendere la mia, e nel farlo sentii la freschezza del suo palmo che filtrava attraverso le crepe del mio. Fece un passo, e le vesti alzarono un piccolo soffio di sabbia che, accarezzata, andò a posarsi un poco più in là. Fissavo quel piccolo volo e solo quando rialzai lo sguardo per perdermi ancora in lei, sentii le sue labbra posarsi sulle mie, a cicatrizzare le ferite che ogni giorno puntualmente vi si aprivano sopra, a chiudere quelle che vi stavano sotto, formatesi per l’aver baciato per così tanti anni un mondo arido lontano dal mare. Sessant’anni ero stato lontano da quei suoni, da quella luna mozzata appesa lassù, da quelle briciole che si insinuavano fra le mie dita mentre scalzo camminavo sul mio passato. Una vita ero stato ad assetarmi per seguire una strada in cui l’unico obiettivo era camminare, senza più prestare attenzione al percorso che si stava facendo, se cemento o erba o terra o sabbia scorrevano sotto i miei piedi. Avevo dimenticato, fino ad allora, quella culla che mi aveva dato la vita e quella vita che era stata la mia culla. Per sessant’anni avevo dormito in un altro letto lontano, sveglio in una realtà che non mi apparteneva, che mai mi era appartenuta e mai sarebbe stata mia, e a cui non sarei mai appartenuto io. Ero rimasto assopito così a lungo, fino a quella stessa sera, quando, tornando a casa dal bar dove ormai aspettavo la fine, uno scroscio mi sorprese senza ombrello, finalmente, dopo tanti anni mi sorprese impreparato e mi cadde addosso bagnandomi le labbra. Solo allora mi accorsi del sapore dolce di quelle gocce, e quel gusto amaro che ne scaturì, quel gusto non mio, mi svegliò dal letargo tanto a lungo durato. Presi la macchina, il resto lo fece il tempo per arrivare sin qui. Avevo ripercorso in quella breve camminata sulla spiaggia gli estremi della mia vita perchè, di ciò che vi era in mezzo, nulla valeva essere ripercorso e solo l’acromia di quei sessant’anni rimaneva accovacciata in un angolo buio della memoria. Avevo ripercorso i miei estremi e, alla fine di questi, il mare mi aveva di nuovo preso per mano, curandomi le ferite che mi ero aperto nel cuore, e mi accompagnava di nuovo dentro di se, dove ero nato, dove ero morto.

Mentre l’acqua salata si arrampicava, ebbi l’ultimo istante per guardare l’infinita distesa di mare in cui mi immergevo, e godere ancora del rosso del sole che macchiava le acque e mi accompagnava sorridendomi con le onde e le stelle al mio funerale.

Sentii l’acqua bagnare i denti lasciati nudi dal sorriso, e poi onde, solo onde.

F.S.

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Gocciolii

Questa è una novità. E’ la prima volta che pubblico una poesia. Pubblicare è una parola grossa, ne sono consapevole, ma nel suo piccolo, questo gesto significa moltissimo per me. Spero che qualcuno possa apprezzarla, che riesca magari a vedere ciò che sentivo di descrivere. Spero di esserci riuscito.

Gocciolii

Come un lavandino che perde,

ogni secondo che passa

goccia dentro di me

e cresce

il tonfo sordo del suo passaggio,

nella stanza vuota della mia mente.

Non riesco ad addormentarmi.

Sono anni che cerco di dormire,

mentre continue queste gocce

mi mantengono lucido

delle lancette che scorrono,

ed anche il permesso di sognare

mi è negato dal ticchettio indelebile del trascorrere.

Mi alzo a volte quando,

dimenticandolo,

penso di poter chiudere finalmente la mia perdita

e stringo con forza le maniglie

per cercare di arrestare questo fluire.

Quando la forza nelle mani

si è ormai arresa, torno vinto

nel letto in cui vivo,

e ricomincio ad ascoltare i gocciolii

che scandiscono la mia vita.

Vorrei poter sognare,

vorrei poter dormire per svegliarmi

da questo suono che m’acceca

e che m’attrae,

come una falena di fronte ad un lampione,

la prigione in cui è intrappolata,

che le permette di vedere,

illuminata,

la realtà che la circonda.

Queste gocce che riempiono la mia mente,

mi danno il dono di sentire la realtà che scandiscono,

ma nell’attrazione che a loro mi avvinghia,

non riesco a vedere che fuori è sorto il sole

e resto a fissare una piccola lanterna

quando intorno, del giorno,

è piena luce.

Rimango ad annegare in queste gocce,

senza poter raggiungere il mare di annegati

che continuano a galleggiare, senza accorgersene,

intorno a me.

F.S.

Incroci di strade

L’aria è calda. Mi ricorda un po’ quella del phon con cui spendo intere ore ad asciugarmi il viso dalla tristezza. Mi fa sentire meno solo quel getto caldo sul volto, quel rumore di sottofondo così simile al fischio del silenzio, che scaccia via ogni forma di solitudine.
Mi accompagna.
Se me lo avessero domandato ieri (e ogni giorno prima di ieri), avrei sempre risposto che vivo la maggior parte del mio tempo sveglio, e che solo in alcuni momenti di confronto col mondo esterno, quando sono costretto a lasciare il nido caldo rinchiuso dal mio cranio, vengo trascinato via da un turbinio di sabbia che mi ricopre schiacciandomi con una duna, costringendomi a chiudere gli occhi per distaccarmi da quel mondo che non riesco a riconoscere come mio.
Avrei risposto questo, dimenticando quello che ogni volta davvero sento quando devo esprimermi di fronte a qualcun altro, quando non posso più usare un IO all’infinito, ma devo scendere nell’obbligo dell’utilizzo dell’intera gamma di pronomi personali che si devono usare con un interlocutore diverso da me stesso. Non più un IO infinito, ma un tu, un noi, un voi e qualche raro io; limitati da chi mi sta davanti.
Avrei risposto questo se mi avessero domandato come passo la mia vita, come mi confronto coi confronti, come vivo l’impersonale fuori da me, e le persone che ne sono all’origine.
Eppure oggi ho capito che non è così.
E’ forse l’opposto, anzi.
Passo la mia vita in dormiveglia, un po’ soporoso al sole, sulla mia roccia d’esistenza che mi divide dal baratro del vero infinito, incontrollabile perché nasce e cresce oltre le mie dita incapaci di stringerlo nel pugno e di ficcarmelo in tasca. Sto su questa pietra, con gli occhi socchiusi, a sfocare gli oggetti più lontani che diventano tutti indistintamente uguali, e si stagliano sulla linea dell’orizzonte insieme alle linee dei paesaggi che conosco, o riconosco seppure indistinti, con la stessa coscienza di quando si percorre una strada a memoria: giunti a destinazione non si riesce a ricordare come ci si è potuti arrivare, ciechi come eravamo di fronte ad un percorso stampato dentro di noi dalle migliaia di volte in cui lo abbiamo completato. Una lucertola che non ha bisogno d’altro, che trova in quel calore solare il primo motore della propria esistenza. Scaldarsi per sopravvivere. Se alzo gli occhi e cerco di guardare quella sorgente luminosa, mi accorgo di quanto anche questa sia indefinita e irriconoscibile, di quanto io non sappia davvero quale sia la fonte prima della mia felicità, sebbene ne riconosca l’appartenenza alla mia anima . E’ esterna a me, ma è solo mia, e non posso non sentire lo stesso aroma che sento sulla mia pelle quando provo ad annusare l’aria, e ad associare quell’aroma personale a ciò che sono.
Quando invece vengo gettato giù da quella pietra, quando non trovo uno scalino con cui scendere dolcemente (quelle rare volte in cui sento il desiderio di strusciare i piedi nudi sull’erba del vicino), quella calda sorgente di luce si spegne d’improvviso, o forse  sono io che smetto di guardarla, e vedo solo le ombre che questa proietta sbattendo contro chi mi sta davanti. Fa freddo allora, e il tepore che mi aveva accompagnato, scorre via come la pioggia lungo un’ombrello, lasciandolo inumidito al suo passaggio, ma senza mai poterlo definire davvero bagnato. Sento che scende dalle dita, e goccia sul terreno arido di una terra che, sebbene io le abbia già fatto visita milioni di volte nei miei dormiveglia, mi appare sconosciuta, e non indistintamente certa come gli orizzonti che vedevo dal mio avamposto. Goccia il mio calore, goccia via.
Mi ritrovo volti davanti, e l’ombra che il mio sole vi proietta mi costringe ad aprire più forte gli occhi per identificare almeno le linee di quello che vedo, per superare l’abbaglio circostante dell’aura dei raggi, e scoprire le forme di chi ho davanti.
Lì inizia allora.
Parte come un leggero brusio, un sottofondo caotico, quasi piacevole all’inzio, che mi ricorda il rumore continuo del phon. Cresce poi, lento e sempre continuo, ed ogni voce comincia a distinguersi nel mucchio. Guardo in basso, e mi vedo volteggiare sopra una miriade di strade piene di incroci che si stagliano sotto di me, che prendono vita e finiscono nelle persone che mi parlano. Provo a seguire quelle parole, ascoltando, e mi accorgo di come ognuna segua la sua strada, di come gli incroci che vedo dall’alto, e che farebbero pensare a delle sovrapposizioni di carreggiate, a degli scambi di direzione e contatto, a degli stop in cui si dà la precedenza a chi parla da destra, non sono altro che fittizie dettate dalla prospettiva. Se scendo dall’alto della mia visuale, e mi inoltro con l’ascolto fra le macchine di parole, facendo attenzione a non farmi investire da qualche camion troppo carico di verbi alla prima persona, con gli occhi spalancati riconosco che quegli incroci non esistono, che ci sono dei ponti e dei sottopassaggi dove dall’alto vedevo scambi, che non vi sono stop o precedenze, e che chi ha costruito la propria strada, si è dimenticato di mettere delle uscite che la collegassero alle entrate degli altri, che sono state anche loro dimenticate nella fretta di finire i lavori per iniziare la viabilità. Mi trovo allora stretto fra le due guardavie che delimitano quelle parole, e non vedo uscite, non vedo entrate; posso solo stare attento a non farmi travolgere da chi parla. Salto via allora, torno verso l’alto ma qualcosa mi trattiene per un piede, la mia presenza fisica di fronte a chi mi sta parlando. Cerco di guardare gli occhi di quella bocca, di distogliere poi lo sguardo ed annuire con la testa ad intervalli regolari, rallentando il respiro e lasciando cadere dei sorrisi di condivisione, per far capire a chi mi sta davanti che vorrei anche io dire qualcosa, ma che non trovo strade per immettermi, che dovrei sfondare quei muri che circondano i discorsi per poter entrare, ritrovandomi magari contromano vista la foga che richiederebbe un ‘immissione del genere. Non voglio. Non voglio dover sforzare un muro, dover sfondare una carreggiata, per poter dire i miei pensieri. Vorrei che vi fossero quelle strade con la prosodia di una domanda, che mi permettano di indirizzare le mie parole. Intravedo, qua e là, qualche piccolo viale pieno di immissioni, di aree di sosta ai bordi della via, qualche sterrato di campagna senza muri o cordoli che lo possano confinare. E’ circondato da campi di grano maturo che ondeggia sotto i venti delle macchine che passano lungo la strada e spostano l’aria, che si offusca qua e là per la polvere alzata dalle ruote che passano lente sulla ghiaia dello stradino, e si acquietano rapidamente per lasciare intravedere di nuovo l’orizzonte, indistinto ma riconosciuto. Riesco anche ad imboccarle, quelle strade, e mentre le percorro, sorpassando o lasciandomi sorpassare da qualche auto, sento lo stesso calore salirmi lungo il corpo che sentivo mentre ero sulla mia pietra. Gli occhi si socchiudono allora, e la strada perde i suo dettagli, rimanendo un serpente bianco che si snoda di fronte a me, che dorme e che respira mentre la percorro, che mi porta in alto verso il sole. Posso intravedere di nuovo il sole guardando alla fine di questa via, e le ombre che nascevano dai corpi reali lì intorno, scompaiono per lasciare spazio a raggi candidi che delineano ciò che mi circonda. Continuo ad andare, e trovo la calma ed il tepore per riaddormentarmi e ricominciare a sognare.

F.S.

Lettera..

Lettera allo specchio di un innamorato,

dove è riflesso

ciò che non riesce più a trovare

e, in lontananza,

ciò che ha perso.

Ci sono stati dei silenzi oggi, dei cigolii nei meccanismi, come se l’ultima mano d’olio che abbiamo passato non sia stata sufficiente. Non cos’è..  sembra il fischio immobile che fa da sottofondo al silenzio, o quella lieve foschia che non sai dove inizia o finisce quando guardi ogni orizzonte. Complessità è sinonimo di difficoltà; penso sia un’assioma incontrovertibile, che in noi è totalmente confermato e anzi amplificato. Oltre questo però, complessità in noi è sinonimo anche di fragilità. Mi ritrovo a perdermi spesso, nel buio delle mille strade possibili attraverso le quali vorrei interpretare i tuoi gesti, le tue parole ed i tuoi sguardi. Ti osservo e incido, sul nudo della mia mente, con lo scalpello della paura di non capire, quello che mi dici o che mi mostri, ogni singolo gesto, e provo ad analizzarlo e tradurlo nella mia lingua, quasi a cercare un incastro perfetto che spieghi i tuoi tasselli. Da dove vengono queste paure? Da dove vengono questi silenzi?

Ho paura. Non so come, ho paura.

Forse so il perchè, ma ho paura.

Ti guardo e non ti capisco, e vedendo una persona uguale a me, colma di insicurezze e di quella bontà che ci porta a qualunque costo ad evitare di far soffrire l’altro, immagino, anzi, solo temo il peggio. Temere è giusto un passo prima di immaginare, perché se già immaginassi, sarei arrivato a creare una realtà alternativa, e i dubbi sarebbero già entrati oltre la mia mente, ed avrebbero cominciato a scavare più a fondo. Ho paura che ti perderai, che mi perderai per non ferirmi e per non ferirti, e per non ferirti o ferirmi, non me lo dirai. Che sarà come non accorgersi che la terra ruota, che il sole passa e le costellazioni cambiano in un cielo che non è mai lo stesso ma che sembra sempre uguale. Sento questi silenzi premonitori, ed ho paura che dietro questi piccoli tratti di non detto, la tua mente crei e distrugga realtà, legami e strade, che possa imboccarne una di traverso, di traversa, che non riuscirò a vedere o prendere in tempo e solo alla fine, guardandomi intorno, mi ritroverò a camminare solo con la tua ombra al mio fianco, e scoprire che è la mia. Ho paura che partirai e non me lo dirai, e mi lascerai con gli occhi chiusi mentre mi sussurri parole dolci all’orecchio, parole che sentirò dette da vicino, ma che saranno solo amplificate dall’eco dei monti che ci avranno separato.

Lo temo, ma non riesco ad immaginarlo.

Parlami, o non riuscirò più a sapere dove sei.

F.S.